L'introversione della libido

A una passante
Attorno m'urlava. la strada assordante.
Alta, sottile, in lutto, nel dolor regale, una donna passò,
alzando con superba mano e agitando, la balza e
l'orlo della gonna; agile e nobile, con le gambe statuarie.
Ed io le bevevo, esaltato come un folle, nell'occhio,
cielo livido presago d'uragano,
dolcezza che incanta e piacere che dà morte.
Un lampo...poi la notte!
Bellezza fugace, il cui sguardo m'ha ridato vita a un tratto,
nell'eternità solamente potrò rivederti?
Altrove, lontano, troppo tardi, mai forse!
Perché ignoro dove fuggi, e tu dove io vada,
o te che avrei amato, o te che lo sapevi!
Charles Baudelaire
L'introversione pura, l'esclusività dell'autocostruzione emozionale si incarna nel modo più bello e più degno nella poesia di Baudelaire. Qui non esistono compiti esterni, però è maggiore l'aspirazione al governo dei sentimenti.
Esonerato dal compiere azioni, l'Io perde la sua specifica funzione di possedere l'oggetto del desiderio, ma si limita a contemplarlo, esercitando così una delle funzioni primarie del Se maschile: l'azione della percezione.
Esonerato dal compie l'azione, il Se maschile (l'Io che governa i sentimenti generati da istinti, pulsioni e libido), compie unicamente azioni simboliche attraverso la funzione creativa della percezione, per cui l'io diventa il mondo stesso, non esistono altri soggetti al di fuori del soggetto.
E' in questa condizione di assenza, di esonero, di abbandono dell'ego di perseguire gli scopi precognizzati dalla ragione calcolatrice, che l'artista compie il capolavoro di percepire l'incedere maestoso e statuario dell'anima mundi.
Nella percezione simultanea di "immagine e sentimento" avviene il miracolo dell'ispirazione creativa, per cui ogni analisi dell'immagine percepita con l'occhio (la bellezza della donna) diventa autonalisi, conoscenza di sé, esperienza reale dell'emozione.
Nella dimensione "estatica" del Se, ogni cosa, ogni oggetto riceve valore unicamente dal fatto che suscita un sentimento nel soggetto. Il valore è contenuto nel sentimento che si prova e non nell'oggetto percepito, per cui ogni aspetto della vita può trasfigurare agli occhi di chi "guarda con il cuore".
Il mondo conferisce splendore e colore al mio sentimento e, quel che è più, solo il sentimento costituisce l'oggettualità. In questa condizione melanconica di trasferimento dell'attenzione sul sentimento avviene il fenomeno dell'assenza dell'univocità, per cui le sensazioni, le emozioni e i sentimenti corporei (i fiori, la frutta e il nastro che addobbano l'anima mundi) possono essere variamente interpretati e devono perciò essere continuamente sottoposti all'analisi. Il fatto che ogni analisi sia autoanalisi significa nel contempo che quest'ultima in sé è "aperta", che è necessario analizzare sempre di nuovo la propria "anima".
Il "valore" dello stato d'animo, dell'impressione momentanea cresce così ininterrottamente e il mondo dei sentimenti si costruisce tutto a partire dal "valore" dei moti d'animo.
L' esperienza creativa del Se maschile, chiamata dagli alchimisti "azione della percezione" (Elixir rubeum), si congiunge alchemicamente con l'esperienza del Se femminile, caratterizzata invece dalla "percezione in azione" (Elixir album).
Leonardo insegnò ai suo discepoli ad agire come le donne, a seguire istintivamente le informazioni provenienti dalla percezione (gli occhi collegati al cuore) e a crare l'opera in conformità ai "moti dell'animo" ("Animus"). Allo stesso tempo insegnò l'arte di astenersi dall'azione e ad ascoltare in meditazione la "voce del cuore" (Anima).
Qual è il risultato di questa sottile alchimia del Se androgino? Ancora oggi si può percepire dalle opere dell'artista androgino il riflesso di una "lux opacissima", la luce dell'anima, in grado di trasmettere la "musica del Se" in forme liriche.
I concetti dei sentimenti si accumulano, si porgono per così dire la mano l'un l'altro e costituiscono la forma lirica. Mi riferisco a tutti i concetti di sentimenti: le percezioni, gli stati d'animo, gli affetti, le emozioni, tutti espressivi. I colori, i toni, i profumi, i piaceri, i desideri intensi, le emozioni, le passioni danno omogeneità alla forma lirica. Manca soltanto la volontà. L'artista ispira ed espira se stesso (Iamsuph, So ham, il mantra degli alchimisti) .
Il gatto con gli stivali

Sperimentiamo quotidianamente l’impotenza della volontà che origina dall’ego, dall’Io- voglio, e ci illudiamo allo stesso tempo di poter modificare la realtà esercitando l’Io- posso. Come afferma Duns Scoto, un filosofo del 1200, la forza dell’Io-posso presuppone un Io-non-devo, restrittivo e castrante che si scontra con la mente subcoscia (Eva), per sua natura allergica ad osservare qualsiasi restrizione. Lo stesso concetto era stato formulato da San Paolo quando afferma
“la mente che comanda se stessa, trova resistenza”
Per comprendere la sottile differenza tra la volontà egocentrica (il sole) e la volontà del Sè, per sua natura privo di ego (il sole nero), gli alchimisti del Seicento elaborarono nella favola del Gatto con gli stivali il compimento della trasformazione alchemica del "seme" (il figlio privo di qualsiasi bene materiale, ma dotato di intelligenza creativa) in ricchezza, felicità e conoscenza.
La vicenda è nota. Un mugnaio in punto di morte lascia in eredità il mulino (libido dell'ego) al figlio maggiore, una cospicua somma di denaro (pulsione dell'anima)al secondogenito e unicamente un gatto (intelligenza istintiva connessa al seme) al figlio minore. Triste e sconfortato il giovane lascia la casa del padre (come il "figliol prodigo", ma privo di quasiasi risorsa da sperimentare e consumare) per andare in cerca di fortuna.
L'intelligenza corporea (mercurio) può evolvere in due direzioni: riconoscere di essere figlio di un Padre trascendente (saturno)che preordina le funzioni mentali in categorie razionali e principi dogmatici, oppure evolvere attraverso l'esperienza diretta (Zeus) determinata dalle situazioni di indigenza e necesssità, di paura e desiderio, di sfiducia e impotenza che contraddistinguono la vita dei rapporti quotidiani con il mondo.
Chi sceglie la pillola blu gestisce il mulino del padre che macina la stessa farina tutti i giorni; chi sceglie la pillola rossa affronta la triplice "trasmutazione" dei fattori mentali (tamas, rajas e sattva) in "percezione intuitiva, logica e translogica" per sua natura capace di proiettarsi al di fuori della storta (la testa) e risolvere rapidamente ogni situazione difficile (l'argentruum vivum, i calzari alati di Hermes).
Anche nel film "Matrix" il protagonista viene sottoposto al triplice lavaggio "igneo" del mercurio, metafora di un processo di purificazione dell'intelligenza appesantita dal sistema delle credenze, delle abitudini e dei luoghi comuni che impediscono una visione chiara e priva di pregiudizi della realtà.
E' significativo che la prima azione compiuta dall'intelligenza ististiva del gatto con gli stivali (Hermes) sia quello di gettare il corpo del padrone nel fiume, per ottenere un duplice vantaggio. Purificare la percezione sensoriale dagli "habitus" e proiettare nel mondo una "nuova immagine di se". Non si tratta di trasmettere una immagine diversa da ciò che siamo, ma una immagine ripulita dagli stereotipi che condizionano la nostra visione di ciò che è reale e quindi vero. Vediamo solo ciò in cui crediamo e a ciò che vogliamo credere. Se siamo ispirati dalla libido autoaffermativa dell'ego e dalla pulsione autocentrica dell'anima, vedremo la vita come un terreno di conquista o di realizzazione dei desideri materiali. Se siamo invece ispirati dalla volontà di conoscere la verità, arriveremo a comprendere la vita come una occasione unica e irripetibile di sperimentare l'esistenza (Sat), la coscienza (Chit) e la beatitudine del Sè (Ananda) e la possibilità ( karma permettendo) di conquistare ricchezza, felicità e conoscenza.
Il Gatto "sente" arrivare la carrozza reale, metafora della "buona occasione" (il re)
e della "fortuna" (la principessa), e corre a istruire i contadini di dire alla coppia reale di lavorare per conto del marchese di Carabas. La mente creativa attira a sé la fortuna, costringe la carrozza a fermarsi e sostare, giusto il tempo per farsi condurre su un nuovo "campo di esperienza" più creativo, in cui è possibile sperimentare il potere della percezione intuitiva di "dominare" e "farsi gioco" dell'egocentrismo e del narcisismo dei potenti (l'orco e il suo castello).
Il Sè testimone

Verità è soggettività. Realtà suprema è Soggettività assoluta. Alberi e case sono gli oggetti della vista dell'occhio che ne è il soggetto. Ma l'occhio è a sua volta l'oggetto della mente che ne diviene il soggetto. E così ancora, la mente è oggetto della consapevolezza che è soggetto e la consapevolezza, infine, sarà soggetto in quanto sede permanente di testimonianza interiore.
E visto che non esistono processi ad infinitum, concluderemo dicendo che esiste un singolo Io universale che è Colui che vede non visto e che ode non sentito, testimone (Sackshi) di tutti i vari stati dell'uomo, sia che costui cammini, sogni, dorma o sia in estasi. L'esplorazione della consapevolezza soggettiva è dunque in pratica assai più importante di qualsiasi sofisticata ricerca tecnologica dell'universo oggettivo che concerna la nostra madre terra, la luna o le stelle o i pianeti tipo Marte.
Il mondo oggettivo tende a proiettarci in una estroversione nella quale ci perdiamo, mentre con la soggettività rivolgiamo uno sguardo all'interno riuscendo a comprendere non soltanto il nostro vero io, ma anche l'universo oggettivo che altro non è se non mera proiezione, emanazione e sovrastruttura di Nomi e di Forme su quella Realtà assoluta che, soggettivamente, è chiamata Aatman, mentre oggettivamente, nella filosofia indiana, prende il nome di Brahman. Nello stato noto come Turya, al di sopra degli stati di movimento, di sogno e di sonno, sperimentiamo l'identità dell'Aatman soggettivo con il Brahman oggettivo. Tale realizzazione è espressa sottilmente in quest'aforisma vedantico: So' Ham (io sono Quello) o Tatvamasi (Tu sei Quello)
E' difficile per i cristiani immaginare un percorso spirituale di liberazione dal mondo dei nomi e delle forme che impediscono la visione della realtà, unica, assoluta e uguale per tutti gli alchimisti che giungono a far riposare la "Mente nel cuore".
Eppure Botticelli, verso la fine del 1400, dipinse una serie di "Madonne" che avevano in questo senso un preciso significato simbolico. La testa reclinata verso il basso, lo sguardo rivolto all'interno, verso il centro del cuore, la delicatezza dei lineamenti del viso e il linguaggio delle vesti, degli ornamenti e dei colori delineano un "percorso segreto" di evoluzione della consapevolezza dell'anima (sensazioni, emozioni e sentimenti) in consapevolezza delle immagini e delle parole ( i due angeli) che pervadono l'etere, il quinto elemento in cui si forma il mondo delle illusioni, delle proiezioni e delle emanazioni soggettive.
Restringere il campo della percezione al mondo interiore significa innalzare le mura del "giardino dell'anima" (l'Hortus conclusus) in cui è possibile riconoscere (coltivare) il rapporto "proporzionale" esistente tra realtà interna ed esterna, fino a realizzare l'equazione sincronica fra le due dimensioni.
In questo stato della mente anche la consapevolezza di Sè (il Bambino) si distacca dalla braccia della Madre (Coscienza del Se Testimone) e diventa oggetto di contemplazione
San Francesco

Nei primi decenni del 1300 si assiste in Italia alla fioritura di una nuova sensibilità morale, etica ed estetica che prende avvio dalla diffusione di opere provenienti dalla Grecia classica e dalla radicale trasformazione socio - economica che investe le città italiane che conquistano l’autonomia di repubbliche. In particolare Siena e Firenze diventano le capitali di una nuova cultura che spinge all' emancipazione non solo politica dallo Stato della Chiesa, ma soprattutto etica e spirituale. Contemporaneamente emergono individui che traducono in pratica ciò che Ruggero Bacone (1214-1294), un erudito che conosceva oltre il latino, l’ebraico, l’arabo e il greco, aveva intuito essere l’ ‘istanza più urgente’ dello ‘spirito del tempo’: il problema della conoscenza priva dell’esperienza diretta.
In uno dei suoi libri afferma: "Ci sono due i modi di conoscere; si conosce o per mezzo del ragionamento e, o per mezzo dell’esperienza. Il ragionamento ci porta alla conclusione o ci costringe ad ammetterla, ma non è in grado di darci certezza, né riesce ad allontanare il dubbio, acquietando la mente nella intuizione della verità se non quando riesce a trovarla mediante l’esperienza..,perciò non basta solo il ragionamento, ma è necessaria anche l’esperienza diretta.".
A differenza di quanto avviene nel resto d’Europa, in Italia si assiste ad un rapido cambiamento della percezione collettiva di ciò che è giusto per l'individuo in rapporto alle Istituzioni, favorito dal prolificare del ceto dei mercanti, degli artigiani e dall'affermazione dei banchieri in campo politico ed economico. Nel giro di pochi decenni si afferma nelle corti dei Principi e dei Duchi una diversa concezione delle finalità esistenziali rispetto alle esigenze della collettività, rappresentata simbolicamente dalla "figura" dell‘ermafrodito. L'ermafrodito sintetizza la coscienza dell’individuo consapevole di poter percepire autonomamente la verità, di poter discriminare il vero dal falso sulla base dei propri sentimenti e conoscenze acquisite. La nuova coscienza ermafrodita sintetizza l'abilità concettuale di tradurre l'esperienza del sentire in opere che testimoniano una conoscenza diretta e personale del mondo e della verità, così come si presenta al primo sguardo.
Nell’Europa del XII secolo la diffusione della cultura di ispirazione araba-orientale, proveniente dalle labili frontiere della Spagna, espande la consapevolezza collettiva in tre ‘filoni interpretativi’ che avranno un notevole influsso sulle scelte creative degli individui più sensibili. L’esaltazione dei sentimenti d’amore presenti nelle liriche della poesia araba feconda nell’Europa del Nord il culto dell’ ‘amore casto e dall’amor cortese’ che ispirerà i romanzi cavallereschi sul Grall, intrisi di simbolismo e di metafore ermetiche inerenti la trasformazione della libido per mezzo della rinuncia sessuale, la devozione del cuore e la conseguente elevazione spirituale indotta attraverso il sacrificio dell’ego, compiuto in nome degli ideali di purezza e castità fraternamente condivisi (i cavalieri della Tavola Rotonda)
In Italia, invece, l’esperienza mistica di S. Francesco diviene il modello "concreto e reale" di una ulteriore fase di trasformazione dell'identità spirituale. La consapevole rinuncia alla libido sessuale, alla ricchezza materiale e al privilegio di nascita ha infatti il potere di innescare e di portare a compimento il processo di trasformazione dell’identità ermafrofrodita nella consapevolezza trascendente dell’androgino. L'androgino, a differenza dell'ermafrodito che rimane coinvolto nel mondo materiale, percepisce la possibilità di integrare le energie ‘lunari’ dell'anima nella coscienza ‘solare’ come esperienza concreta in grado di ristabilire l’armonia dell’essere con la perfezione biologica della Natura, la perfezione matematica del Creato e la perfezione dell’Universo dominato dal Tempo ciclico.
Rinunciando all’identità sociale e libero dai legami materiali, dagli abiti sontuosi (l'identità sociale) e dalle ricchezze paterne, Francesco assimila direttamente dalla ‘luce di Dio’ i contenuti filosofici che sono il fondamento della teoria greca degli stoici, dei cinici e degli epicurei che pongono come condizione per il raggiungimento della saggezza la rinuncia al mondo.
“Se la salvezza non è di questo mondo , tanto vale rinunciarvi, e il rinunciante, (samnyasin), che si fa strada nella cultura indiana antica come colui che cerca la verità abbandonando la vita sociale e i suoi obblighi per dedicarsi alla propria ascesi individuale, è il prototipo dell’individuo. Il suo tratto specifico è quello di bastare a se stesso rinunciando al mondo sociale, condizione indispensabile per lo sviluppo spirituale individuale.”[Umberto Galimberti , Psichè e techne]
La sublimazione della libido sessuale nell'amore per Dio, per la Donna o per la Natura, inteso come sentimento mistico, trascendente e unificante in grado di risvegliare l’anima, produce un immediato cambiamento nel ‘percorso evolutivo occidentale’. L'alchimia dell'istinto, della pulsione e della libido nella consapevolezza dei sentimenti e dei moti d'animo che contraddistinguono la vita interiore, ispira l’individuo a diventare un cercatore di verità, un pellegrino o un viandante in perenne viaggio alla ricerca della ‘fonte di salvezza’, oppure, come avviene in Francesco d'Assisi, sospinge l’anima a cercare ‘misticamente’ dentro se stessa l’illuminazione ‘dello spirito’ (la coscienza androgina)
Questa premessa è necessaria per comprendere il "valore spirituale" dell'opera realizzata da Caravaggio nel 1594. ovvero tre secoli dopo l'esperienza mistica del santo. I tempi sono ovviamente cambiati e l'affermazione del pensiero scientifico (Galilei, Torricelli, ecc) testimonia il passaggio a un diverso metabolismo cognitivo caratterizzato dall'analisi razionale delle prove, dalla conoscenza tecnica e matematica degli elementi in gioco e dall' indagine logica e meticolosa dei metodi di approccio alla realtà dei fatti. Caravaggio è circondato da cardinali, prelati e frati francescani che sembrano conoscere e trasmettergli i segreti dell'alchimia cattolica. La rinuncia al mondo materiale proietta l'anima nei territori spesso pericolosi del misticismo irrazionale. Per l'alchimia cattolica questo passaggio è necessario e spesso doloroso, poichè le funzioni razionali, prerogativa dell'emisfero sinistro, vengono bypassate per lasciare spazio a una visione divina e unificante dell'essere con la Natura, il Creato e l'Universo. Le crisi mistiche dei santi, la passione erotica per Cristo, l'estasi dell'anima al cospetto della luce e le stigmate sulle mani e sui piedi testimoniano la crisi di passaggio dalla dimensione egocentrica e materialistica caratterizzata dall'identificazione con le pulsioni e le passioni, a una dimensione in cui l' essere perde il senso di sè e si proietta nel "mondo astrale" costruito dalla propria religione. Ecco allora che per l'iniziato ai "Misteri di Cristo", la religione diventa una specie di "incubatrice " in cui l'anima deve rimanere per un limitato periodo di tempo.
L'esperienza del mondo astrale (sensazioni, emozioni, sentimenti, passioni, estasi e canalizzazioni oniriche subconscie) permette all'alchimista cattolico di andare oltre il misticismo irrazionale per approdare invece a una nuova consapevolezza di sè, caratterizzata dalla coscienza lucida e razionale della realtà e dalla conoscenza diretta e soggettiva della verità spirituale. Ecco perchè Caravaggio dipinge San Francesco con le palme aperte, per testimoniare a tutti che le stigmate sono scomparse e che la fase del misticismo buio (come la notte) e irrazionale (l'arcangelo Uriele che lo sostiene è il protettore della razionalità logica e costruttiva) è stato superata.
Poco distante dall'evento iniziatico, più importante quindi delle stigmate, Caravaggio dipinge i compagni di Francesco intorno al fuoco, in attesa che il Santo si risvegli dalle suggestioni mistiche e sia disponibile a parlare della propria esperienza con razionalità e chiarezza. Il dipinto descrive quindi il passaggio dal mondo astrale della religione al mondo mentale dell'alchimia interiore in cui finalmente l'individuo comprende il significato evolutivo della rinuncia ai piaceri della carne e della trasformazione della libido in amore, coscienza e conoscenza. Per Caravaggio, e i filosofi alchimisti del suo tempo, la religione è una "incubatrice psichica" in grado di proteggere l'anima dalle esperienze psichiche borderline, cioè da quelle esperienze che sfociano spesso nella follia individuale (credere di essere l'Eletto o il Figlio di Dio) e collettiva (la jihad islamica e la guerra santa) che vanno ben oltre la consapevolezza razionale di ciò che è giusto per se stessi e gli altri (l'arcangelo Uriele).
Brueghel, Il paese di Cuccagna

L’educazione alla “percezione critica” è il primo nodo che la cultura occidentale deve sciogliere al più presto, al fine di sviluppare l’attitudine naturale della mente a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme.
I mezzi di comunicazione di massa hanno svolto per tutto il XX° secolo il compito di assecondare, inibire o stimolare la percezione critica dell’individuo, veicolando in forme sottili il consenso o il dissenso su soluzioni in cui veniva richiesta l’adesione o il rigetto di proposte politiche, sociali e culturali di interesse collettivo.
“Si deve insegnare, e ciò fin dalla scuola elementare, che ogni percezione è una traduzione ricostruttiva, operata dal cervello e dai terminali sensoriali, e che nessuna conoscenza può fare a meno dell’interpretazione.” (Edgar Morin, 2001)
Chi scrive e commenta attraverso i mezzi di comunicazione interpreta la realtà in conformità alla peculiare essenza della sua visione del mondo e della vita. La capacità dell’individuo di evolvere nella percezione critica non dipende dalla preparazione culturale, dallo status sociale e professionale o dall’orientamento filosofico, politico e religioso. In ogni momento della vita l’individuo manifesta all’esterno ciò che evolve all’interno in termini di consapevolezza di sè, coscienza discriminante e comprensione psicologica della realtà. Ciò si traduce in un particolare umore, stato d’animo, sentimento di vita, filosofia e coscienza storica che i filosofi rinascimentali definivano sinteticamente con il termine “fondo dell’anima”.
La percezione critica di come il pensiero sia modellato dal “fondo dell’anima”, sintesi del retaggio educativo, delle esperienze personali e di specifiche scelte culturali, diventa di massima utilità per valutare con ragionevole distacco non solo i teoremi, le tesi e le ipotesi elaborate dagli esperti, dai consulenti e dagli specialisti del sapere occidentale, ma anche le proprie convinzioni, scelte e decisioni di carattere morale, etico, religioso, politico, ecc“Così noi possiamo mostrare che si possono avere, a partire da testimonianze contraddittorie sullo stesso evento, per esempio alla vista di un incidente d’auto, percezioni che comportano spesso delle razionalizzazioni allucinatorie. Si possono descrivere casi di percezione imperfetta, dovuti all’abitudine o un’attenzione solo accennata, a disattenzione verso un dettaglio insignificante, a una interpretazione sbrigativa di un elemento insolito e soprattutto a una scarsa visione d’insieme o un'assenza di riflessione" (E.Morin, 2001). La differenza sostanziale che esiste tra una buona percezione di tutti gli elementi in gioco da una pessima percezione della realtà, spesso riduttiva e incerta, è dovuta principalmente alla difficoltà dell’individuo di mantenere l’attenzione psichica per un tempo sufficiente affinchè il bit di informazione concluda il ‘percorso circolare’ e si depositi nella memoria, dopo che lo stimolo abbia agito sui tre diversi sistemi: percettivo-cognitivo, dell’attenzione e dell’emozione. L’attenzione è certamente una facoltà che si può migliorare con lo studio, l’esercizio mentale quotidiano e l’abitudine a soppesare i contenuti cognitivi provenienti dagli ‘imput’ sensoriali. Bisogna imaparare a decodificare non solo gli stimoli sensoriali che soddisfano la curiosità nell’immediato, ma anche analizzare le informazioni che sono spesso invisibili all’occhio fisico, ma non al sistema della percezione corporeo (le ghiandole endocrine) che si è sviluppato nel processo di adattamento all’ambiente. Brueghel descrive nell’allegoria “Il Paese di Cuccagna” le fasi preliminari della percezione, quelle che portano l’anima psichica ad uscire dal tunnel buio dell’inconsapevolezza per osservare, comodamente adagiata su un cuscino di velluto, gli attori protagonisti della storia e della vita. Una donna con la visiera dell’elmo aperta, protetta da armatura e guanti di ferro, si sporge a guardare la realtà, determinata come un guerriero che ‘deve’ aprire gli occhi sulle crudeltà, le miserie e le illusioni di cui sono piene le cronache quotidiane e le vicende umane. Guardare in faccia la realtà senza interferire anticipatamente con le facoltà del giudizio soggettivo, spesso elaborato come pregiudizio conformista o rifiuto subconscio di elaborare la diversità, l’angoscia emotiva o le proibizioni morali instillati dai tabù, comporta un atteggiamento di apertura serena e fiduciosa a tutte le “frequenze di luce”, a tutto lo spettro di esperienze che contraddistinguono la vita dell’uomo della terra. Ignorare o fare finta di ignorare l’esistenza del male, della crudeltà, della violenza e del peccato morale, etico o ecologico, significa rimanere ciechi, stupidi ed emarginati dalla realtà e dalla conoscenza della verità per tutta la vita. Ignorare o far finta di ignorare che l’errore di valutazione dovuto ad un eccesso di razionalizzazione o di pragmatismo, anche volto apparentemente a realizzare il bene collettivo, può comportare il disastro, la distruzione e la fine di ogni speranza di conciliazione degli opposti, significa affondare nell’illusione di stare dalla parte della verità o di avere il pieno controllo della situazione. Brueghel è l’artista rinascimentale che per primo affonda impietosamente il coltello nelle piaghe della società del suo tempo. Lo fa con la lucidità distaccata del giornalista attento, del critico impietoso, privo di qualsiasi forma di compassione o di giustificazione storica o morale: ciò che guida il suo pennello è una curiosità che evolve rapidamente in percezione critica, ragione discriminante e coscienza etica.
Non è privo di suggestione il fatto che a distanza di appena un anno dalla realizzazione del dipinto “il Paese di Cuccagna” Brueghel raccolga i frutti della sua ricerca: lo sguardo impietoso dell’artista alchemico spinge fino agli estremi le facoltà della percezione critica di indagare a fondo il mondo degli “storpi e dei ciechi”, allegorie straordinarie di una società malata nello spirito, incapace di determinare le proprie azioni con coscienza e di guardare in faccia la realtà in cui sono i governanti, o gli esponenti della coscienza collettiva, ad essere ciechi, incapaci di produrre scelte giuste e decisioni pertinenti ai veri bisogni della collettività, poiché “…ora se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa.”
I tre dipinti hanno un comune denominatore, un unico modello compositivo, un’unica fonte di ispirazione. Brughel, è risaputo, era un alchimista, un mistico, un esoterico. Conosceva i simboli dell’astrologia, dell’alchimia e il significato occulto delle parabole contenute nei vangeli. I suoi attori si muovono in un mondo–teatro che recita la propria follia, la propria libido, la propria sacralità senza tuttavia crederci fino in fondo.
La sua visione non è né morale, né etica. Non si schiera da nessuna parte poiché sceglie, o è costretto suo malgrado, di assumere la posizione del ” Testimone”, cioè di colui che non può fare a meno di osservare la realtà con consapevolezza critica.
Brueghel assimila in Italia, sicuramente a Roma o Firenze, i principi della visione alchemica del mondo materiale e spirituale.
La conoscenza alchemica si struttura in quattro parti definite dai quattro assi della croce, il modello primario della spiritualità e della filosofia alchemica occidentale. L’alchimia è fondamentalmente un processo di introversione dell’energia psichica (o libido) sul piano orizzontale del tempo al fine di far emergere le facoltà superiori della coscienza razionale intuitiva e trascendente che si sviluppano sul piano verticale, dal ‘fondo dell’anima’ alla Mens imago Dei di cui parla Agostino.
Quando l’asse verticale dell’energia psichica generato dall’ anima evolutiva interseca l’asse orizzontale in cui ‘avviene’ l’espansione della percezione critica sul filo dell’orizzonte, avviene una progressiva ‘distillazione del mercurio’, metafora della trasmutazione dell’intelligenza sensoriale in mente razionale. La percezione critica dischiude (la visiera dell’elmo sollevata) alla conoscenza delle motivazioni, delle intenzioni e dei sentimenti egocentrici che conducono l’individuo a divenire vittima della libido altrui (il soldato morto con il braccio amputato), della propria libido materialistica (il contadino nel quadrante sottostante giace stremato per terra con la schiena spezzata dal duro lavoro) e del desiderio di evadere dalla realtà con la fantasia e la ricerca dei piaceri sensoriali (il fannullone opulento). I primi tre quadranti definiti dalla croce descrivono i tre atti di trasmutazione della percezione critica in consapevolezza critica, storica e psicologica delle dinamiche sociali, della libido individuale e collettiva e dei meccanismi subconsci e inconsci di fuga dalle responsabilità personali che conducono inevitabilmente alla distruzione, all’avidità e all’ignoranza. Il cibo è a portata di mano, posto sull’albero della conoscenza, su un piano appena più elevato della coscienza sensoriale, ma nessuno dei tre è in grado di appropriarsene. Nel quarto quadrante invece un omino “buca la nuvolaglia”, metafora del sistema delle illusioni indotte, delle autoillusioni e delle percezioni erronee, e scende a testa in giù nel “paese di Cuccagna” dove il cibo (e il denaro), gli corrono incontro e le oche, già spennate, si offrono su un piatto d’argento.
L’allegoria di Brueghel si compone di quattro metafore che descrivono compiutamente il passaggio evolutivo compiuto dall'individuo che decide di sollevare la visiera e di guardare la realtà dall’Ascendente (AS), il punto in cui sorge il sole.
Dal punto in cui il sole inizia ad albeggiare, l’alchimista può percepire in anticipo gli effetti devastanti prodotti dalla Libido emergente. E’ facile prevedere gli esiti prodotti dall’ascesa al potere degli individui che sono motivati dall’istinto, dal bisogno e dal desiderio di soddisfare la libido egocentrica, considerata dagli alchimisti rinascimentali il “peccato originale” che bisogna estirpare dalla natura umana.
I figli di Urano

Interfaccia mente- coscienza
Il linguaggio non è soltanto un mezzo per comunicare, bensì è una componente costitutiva della ragione stessa, del pensiero. Il pensiero a sua volta è un agire in uno spazio immaginato all’interno del cervello. Si dice spesso che il pensiero è “profondo, laterale, superficiale, interiore, anteriore, ecc…” perché il linguaggio traduce in termini spaziali e quindi razionali tutti i rapporti che stabiliamo con il mondo esterno.
Senza la conoscenza del linguaggio non esisterebbe la possibilità di un pensiero consapevole e trasmissibile all’esterno. Il linguaggio serve a molteplici scopi: a informare, a influenzare il comportamento, ad esprimere emozioni, ingannare, classificare, dialogare con gli altri e con se se stessi e ad inibire, controllare, contenere e veicolare la rabbia, la collera e l’invidia verso forme verbali di contenimento e razionalizzazione degli istinti e della pulsione.
Quando il linguaggio (mercurio) proviene dall’esperienza, dalla comprensione e dalla conoscenza diretta della realtà (Giove), dà vita a un processo di simbolizzazione creativa (Hermes) che ha lo specifico compito di educare e influenzare il comportamento dell’individuo attraverso la trasmissione orale di favole, leggende e miti (la ragione discorsiva di Zeus), oppure si traduce in un ordinamento logico e razionale di precetti, regole e leggi che hanno lo scopo specifico di inibire i comportamenti violenti, le reazioni selvagge e la violazione delle norme di comportamento sociale di gruppo, della tribù o della società di appartenenza (la ragione razionale di Saturno).
Mentre l’astrologia (Urano) è un linguaggio simbolico che funziona da interfaccia tra il cervello e la mente, la ragione discorsiva (Zeus) da cui hanno origine le favole, le leggende e i miti, funziona da interfaccia tra la mente e la coscienza dell’individuo. La cultura greca concepisce la mitologia come il fulcro di quelli insegnamenti di ordine morale, etico e spirituale che possono convincere l’individuo ad intraprendere quel sentiero di trasformazione spirituale che lo porterà a incarnare l’autentica coscienza umana (il processo di individuazione descritto da Jung).
La ragione discorsiva che caratterizza il poema mitologico è quindi una rappresentazione di schemi psichici, mentali e spirituali ripetitivi che si presentano nel cervello dell’individuo indipendentemente dalla razza, dalla cultura, dalla società, dalla civiltà e persino dalla Era in cui si trova a vivere.
La mitologia narra che Urano generò due figli: Cronos e Zeus. Il primo castra il padre e gli subentra nel dominio del mondo. La sua stirpe, priva di qualsiasi volontà di elaborare gli istinti, le pulsioni e la libido (Marte), ha il merito di far nascere e sviluppare le società civili fondate sull’ordine, la razionalizzazione delle risorse nel tempo e la creazione di sistemi di controllo (istituzioni), contenimento (religione) ed inibizione della reazione istintiva e della pulsione psichica (leggi e psichiatria).
La cultura greca è consapevole che la razionalizzazione del tempo, delle risorse e dei mezzi di produzione e gestione del potere non è in grado di produrre né coscienza, né bellezza. Le arti nascono da un processo di trasformazione dell’energia vitale e sessuale in amore, desiderio e volontà di trascendenza che non possono germinare nel mondo materiale creato da Saturno. Ecco allora che Zeus uccide Cronos e sale sulla sommità dell’Olimpo (AS) per generare il pensiero mitologico- magico (Pesci) governato da alcuni paradigmi di base per mezzo dei quali tutto trova spiegazione, dalla nascita alla morte.
L’ascesa di Giove determina la nascita della cultura dei Giochi in cui è possibile elaborare l’aggressività, la rabbia e la volontà di emergere attraverso rappresentazioni e confronti ludici, simbolici e quindi virtuali. I giochi verbali (Polluce) e i giochi di abilità fisica (Castore) hanno infatti il pregio di connettere le facoltà della percezione sensoriale (Elena) con quelle della cognizione morale ed etica intuitiva (Clitennestra). Il nucleo di neuroni che caratterizza la mentre conscia emerge quindi dalle acque profonde del subconscio in cui
pedagogia dell'arte

il sociologo Edgar Morin, una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea, rispondendo a un invito dell’UNESCO ad esprimere delle proposte in merito al progetto transdisciplinare: “Educare per un futuro vivibile”, giunge a sintetizzare “sette temi” fondamentali in ogni tipo di insegnamento che abbia a cuore l’educazione delle nuove generazioni. Per Edgar Morin questi temi “permetteranno di integrare le discipline esistenti e di stimolare gli sviluppi di una conoscenza atta a raccogliere le sfide della nostra vita individuale, culturale e sociale”; ma di quale conoscenza ha bisogno l’umanità del nuovo millennio?
Nel secolo scorso si è molto insistito nell’indicare nell’istruzione umanistica lo strumento in grado di orientare le scelte e guidare le vite umane. Tuttavia la conoscenza dei contenuti umanistici presenti nelle opere della filosofia, della letteratura e dell’arte occidentale non è sufficiente a stimolare la ‘conoscenza di sé’, da sempre considerata il fondamento della coscienza occidentale. Anche se il precetto delfico “Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio” riverbera nell’etere da qualche millennio, non è facile per l’uomo comune appropriarsi degli strumenti idonei necessari per esplorare i “territori” della propria psiche, i “paesaggi” della propria anima o i molteplici “mondi” della propria immaginazione.
Evolvere nella conoscenza di sè non significa avventurarsi nei percorsi letterari, filosofici e spirituali confezionati dagli esperti della cultura. La conoscenza dei caratteri umani, biologici, psicologici e spiriuali non avviene immagazzinando mentalmente teorie, principi o teoremi e nemmeno ‘proiettando’ il desiderio di conoscenza su settori specialistici della cultura o della scienza. Gli artisti e i filosofi del Rinascimento avevano compreso che la mitologia greca operava su un piano superiore al piano mentale razionale sul quale la coscienza moderna si struttura da almeno quattro secoli.
L’arte rinascimentale, alla pari della mitologia greca, procede per simboli, metafore, allegorie ed emblemi per realizzare un complesso intreccio di immagini e parole, di colori e segni, di allusioni filosofiche e concetti figurati che hanno come unico fine la trasposizione logica (l’Olimpo) dei processi di trasformazione dell’intelletto razionale ( Saturno) in coscienza creativa (Zeus). La mitologia greca e l’arte rinascimentale occultano un patrimonio di ‘conoscenze spirituali’ che non possono essere assimilate dalla razionalità, ma unicamente dalle facoltà cognitive che emergono dall’anima intellettiva. Per evolvere nella conoscenza di sè è necessario ‘sperimentare’ un diverso codice di informazioni che non può essere trasmesso da programmi didattici o formativi, per quanto sofisticati possano essere.
Infatti l’educazione alla comprensione dei sentimenti, indispensabile per evolvere l’anima psichica in anima intellettiva, non può essere impartita da nessun Ente civile o religioso e nemmeno accennata nei banchi di scuola, né essere trasmessa dai genitori, spesso in difficoltà a fungere persino da modelli da imitare. Dall’Illuminismo si tenta di risolvere il problema dell’educazione concentrando l’attenzione sul delicato rapporto “insegnante e allievo”, mentre invece non è la ‘statura pedagogica’ dell’insegnante che deve essere elevata, ma la “qualità dell’anima” di acquisire, senza filtri, i contenuti di coscienza che emergono dalle opere dalla creatività umana.. E’ giusto auspicare che in futuro possa nascere una scuola per la scoperta di sé “in cui l’adolescente (e non solo) può riconoscere la sua vita soggettiva attraverso quella dei personaggi protagonisti dei romanzi o dei film. Può scoprire la rivelazione delle proprie aspirazioni, problemi e verità, non solo in un libro che espone idee, ma anche, e talvolta più profondamente, in un poema o in un romanzo” (E. Morin).
Occorre sviluppare i temi di un’effettiva conoscenza ‘pertinente all’uomo’ e ciò è possibile se avviene un reale confronto con il linguaggio simbolico utilizzato dagli artisti per tradurre in ‘immagini’ ciò che il “senso di sè” percepisce come verità universale. L’allegoria trasmette in codice analogico i sentimenti dell’amore o del conflitto, dell’integrazione o della lacerazione, della passione o della vacuità, dell’illuminazione o dello spaesamento.
Gli affetti e i sentimenti cognitivi rappresentano il ‘cibo spirituale’ in grado di trasmutare le “funzioni” dell’anima (la melagrana) nelle facoltà della coscienza razionale in cui emerge consapevolezza, comprensione e coscienza di sè (il Bambino Gesù). Il “Magistero della coscienza” ha inizio con il “Magnificat”, l’inno composto dall’anima razionale dell’alchimista (la Madonna) in grado di percepire l’ombra del conflitto o la luce della rivelazione e di comprendere le molteplici esperienze della dualità, della separazione e dell’integrazione, che strutturano la trasformazione della coscienza individuale (Gesù) in coscienza spirituale (Cristo).
La cacciata dal Paradiso

La "Cacciata dal Paradiso terrestre" è un tema centrale nel dibattito filosofico del secondo rinascimento, poiché viene discussa l'origine della differenza tra azione morale e obbedienza alle leggi, tra la centralità dell'io consapevole del proprio corpo e le finalità sociali che impongono senso del dovere, responsabilità e obbedienza alle istituzioni.
Adamo ed Eva sono condannati da Dio a ripristinare l'equilibrio corporeo e sociale con il sudore della fronte e partorendo con dolore. Diventando autore della propria vita, risolvendo da solo i problemi della
sopravvivenza e dell'adattamento all'ambiente, l'individuo esercita il libero arbitrio che lo "espelle" dal sistema morale di riferimento, ma lo rende arteficie di un potere personale che lo eleva a "legislatore" di se stesso ("la legge morale che è in me", direbbe Kant).
Mordendo la mela della conoscenza dei sentimenti corporei, la donna riconosce dentro in sé bisogni, desideri e sentimenti morali che contraddistinguono la vita dell'anima. Conseguentemente l'azione di Adamo, dipinto da Michelangelo nell'atto di afferrare una mela invisibile, si conforma al "campo spirituale" definito dalla sua anima (Eva), campo spirituale che si estende poi al campo estetico ed artistico, caratterizzato dalla manifestazioni di "bisogni" che, se soddisfatti, riportano l'organismo biopsicosomatico in equilibrio. 
L'atto di aderire alle pulsioni psichiche e creative dell'anima è conforme alle "leggi di natura", ma è sempre in contrasto con la Legge di Dio, con la legge dominante. Tuttavia la "cacciata dal Paradiso" dà origine all'autocoscienza (le quattro Virtù cardinali) che è il fondamento della consapevolezza di sé (Temperanza), del pensiero allocentrico (Prudenza), della percezione critica (Fortezza) e della volontà di evolvere (Giustizia) che caratterizza il "campo spirituale e artistico" della personalità creativa.
I tre "campi spirituali"
La cultura rinacimentale riconosce l'esistenza di tre "campi spirituali" che definiscono tre diverse forme artistiche e morali di autoespressione del potere personale. Uscendo dal "paradiso artificiale" creato dalle leggi civili e religiose che "garantiscono" l'equilibrio psicologico e sociale, e cioè liberando la mente da sistemi di credenze indotti dall'educazione, dall'istruzione e dal conformismo generato dalle abitudini consolidate, Adamo diventa consapevole dei bisogni dell'anima psichica di Eva di evolvere in "campi spirituali" più evoluti.
Il Beato angelico dipinge così tre varianti del'Annunciazione. La Vergine, emblema del ricercatore artistico e spirituale, viene dipinta all'interno di tre diverse archittetture, di tre tipi diversi di spazio concluso, a significare l'evoluzione del "campo biopsicosomatico" definito dall'anima psichica di Eva, nel campo spirituale definito dall'Anima, dalla Mente e dalla Coscienza.
Conclusioni
Per l'alchimia cristiana rinascimentale esistono tre gradi di evoluzione della materia primaria (Eva), caratterizzata da bisogni, desideri e sentimenti. L'artista opera all'interno di uno dei tre campi, per cui il suo punto di vista cambia e muta nel tempo man mano che l'autoepressione creativa si manifesta durante la vita dell'Anima, della Mente o della Coscienza. Gli esiti formali ed estetici della sua opera sono ovviamente diversi a seconda del "campo spirituale" in cui avviene l'esperienza
L'arte è femmina. E' percezione in azione. Siamo costretti a creare qualcosa per riportare equilibrio all'interno dell'ambiente che abitiamo dentro di noi, per cui rispondiamo progressivamente ai bisogni evolutivi dell'anima, ai desideri di conoscenza della mente e infine all'istinto di trascendenza peculiare della coscienza.
La donna interiore non è mai ferma. Si muove ovunque e dappertutto assetata di amore e conoscenza, provocando incessantemente uno spostamento eccentrico dell'energia psichica, mentale e spirituale dal suo asse centrale.
Quando diventiamo consapevoli dei cicli di evoluzione della donna interiore, da Eva (campo psichico) fino alla Vergine (campo mentale), acquistiamo sensibilità alle diverse frequenze di luce e impariamo a distinguere istintivamente il buono dall'iniquo, il bello dall'inutile, il giusto dal dannoso, ovvero i fondamenti della Legge naturale.
Artista come medium

Lo psicoanalista Carl Gustav Jung iniziò la sua carriera come allievo di Freud ma ad un certo punto intraprese una propria ricerca che lo portò ad esplorare in profondità la natura della creatività.
Per Jung, ogni persona creativa è una dualità o una sintesi di attitudini contraddittorie. Da un lato è un essere umano con una vita personale, dall’altro è un impersonale processo creativo strumento del suo lavoro e ad esso subordinato.
In quanto essere umano può apparirci dotato di una specifica personalità, tuttavia possiamo comprenderlo nel suo lato artistico solo vagliando i frutti del suo lavoro.
Non possiamo aspettarci che sia lui ad interpretarli, ha già fatto del suo meglio dando loro forma; ogni possibile esegesi va lasciata agli altri e al futuro.
Per cogliene il significato dobbiamo consentire alla sua opera di plasmarci così come è accaduto a lui, vale a dire dobbiamo consentire alle forze creative di entrare in noi.In questo modo riusciremo a comprendere la natura della sua esperienza.
Constateremo che il suo operato ha influito sulle capacità di guarigione e di redenzione della psiche collettiva, che è riuscito a penetrare la Matrix della vita: questa grande membrana che tiene assieme tutti gli uomini e impartisce alla loro essistenza un ritmo comune consentendo all’individuo di comunicare i propri sentimenti per tutelare l’integrità umana.
Antonella Iurilli Duhamel
La legge morale in me

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.
La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata.
La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria.
Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale.
Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.
I. Kant, Critica della ragion pratica,
L'Essere femminile

Vaneggiamenti sull'Essere, come Amletico quesito, di una una donna ancora scettica sull'irreparabilità dell'esistere.
Penso, dunque sono.
Citazione importante, fondamentale, non ci vuole una mente superiore per coglierne il significato né tradurne le semplici parole; basterebbe questa formula per comprendere chi siamo, qual è il nostro compito sulla Terra, se non dare un senso al nostro vivere, quali figli riconoscenti alla casualità che ci ha dato i natali.
Eppure, sembra che l'Essere in questa realtà, sia diffuso nella sua accezione più misera. "Essere" come "apparire". La presenza è ciò che conta, la presenza fisica, visiva, assai lontana da quella spirituale, come se fossimo gusci vuoti che camminano senza necessità alcuna, se non sopravvivere a qualcun altro.
Triste, ma reale. L'Essere è empirico, nel senso della sua tangibilità fisica, materiale, finita.
Potrebbe finire qui, con questo assioma moderno, ma...
...ma una piccola donna, nel suo stretto angolo di mondo, si desta ogni mattino ammirando il sole, fuori dalla finestra, godendo della carezza dei suoi impalpabili raggi, e sorride chiudendo gli occhi su un paesaggio che conosce a memoria, e che non è mai uguale, ascoltando il cinguettìo animato dei passeri confuso dalla brezza fra le foglie; in cuor suo è felice di questo attimo di armonia gratuita, in mente sua nasce una nuova domanda...
...Perché, se la natura umana è tanto empirica e finita, le mie speranze, i miei desideri mirano ogni giorno a qualcosa d'infinito?
Io, essere senziente, perché ho bisogno di credere che il mio scopo in questa vita sia più alto?
Non una vera fede, non un vero percorso, né dottrine guidate influenzano la mia giovane mente se non l'intramontabile aspirazione al metafisico.
I sentimenti non sono empirici, ovvero lo sono negli effetti che portano di seguito, ma la radice, la causa non è spiegabile in due battiti cardiaci, né in un pensiero più complesso. La mente è infinita nella sua incomprensibilità; sono consapevole che è proprio lei a guidare questo stesso ragionamento. In poche semplici parole, la mia mente sta parlando a se stessa, si sta facendo domande e cercando risposte, come un computer ricerca e ripara se possibile ai propri errori. La mente, però, è infinita.
Come può questa persona, seduta al mio fianco sull'autobus, non farsi le mie stesse domande? Forse lo ha già fatto, chissà, magari il suo ragionamento l'ha convinta che la vita sia solo "esistenza", come un anno nasce, germoglia, matura, invecchia e muore percorrendo semplicemente le sue stagioni.
Chissà...
Qualcosa nella mia mente risponde con un "no"..."non è così!".
Perché?
Perché questa persona al mio fianco ha gli occhi pesanti, si muove appena con gesti frettolosi e rigidi, "vede" ma non "osserva", "sente" ma non "ascolta", "parla" ma non "dialoga"...è diversa da me.
Ecco perché.
La piccola donna continua a scrivere, c'è qualcosa che la fa sentire sola in questo autobus gremito.
Perché non dovrei pensare che ho uno scopo in questa mia vita? Perché dovrei credere alla mia misera pochezza di "essere finito" eppure "vivente"? Solo per seguire il corso delle stagioni? Solo per dare il mio piccolo contributo nello scongiurare l'estinzione della specie? Se fossi un gatto forse avrei questo piccolo importante scopo, ma non lo sono. Perché ho un cervello capace di pensare in modo tanto articolato se il mio scopo è quello della riproduzione, ove a ben poco serve il suo uso?
Tutto sembra darmi ragione, una volta di più mi sento forte del mio dialogo interiore.
Là fuori ho trovato finalmente almeno un altro "Essere" a farmi compagnia. Sì, là fuori, c'è chi, sottovoce nel suo angolo di mondo, interroga se stesso ogni mattino, c'è chi come me ascolta la pioggia e ne trae energia, c'è chi si crede solo a domandarsi perché sia l'unico a sentire così stretta la propria finitezza d'Essere...
...c'è chi ha finalmente capito che il nostro "Essere rimanda all'infinito".
Petra
Quando siamo magici

J. Bosch, Bambino che gioca
"Quando nasciamo siamo magici. Veniamo al mondo ancora scintillanti e ciechi, custodendo i segreti che ci hanno sussurrato le stelle. Nel grembo materno, le cellule nuotano dentro e fuori dai nostri occhi, simili a piccole comete.
Ci raccontano storie, le leggende delle cose, nomi, cosicché, quando usciamo dalla nostra bolla siamo già dei maghi. Piangiamo non per dolore o per paura, ma per lo stupore suscitato da tutti i miracoli che effettueremo. E il più grande di questi miracoli, la più potente di tutte le magie, è l’amore.
Quando nasciamo abbiamo la capacità di amare; di amare e di essere amati. Concepiti nell’amore, respiriamo amore, come prima respiravamo sangue. Questo amore brilla intorno alla nostra testa come un’aureola di girini.
Questo amore, entrando dai nostri occhi, affina la nostra vista, viaggia nella nostra mente, ci dà conoscenza, ci protegge e ci circonda. Allora sappiamo che il nostro pellegrinaggio è già cominciato.
La magia, per sua natura, cerca altra magia e la nostra vita diventa un viaggio per porre fine alla solitudine”.
Philip Ridley Gli occhi di Mr Fury, Mondadori(Parte Quarta, 14, p. 153).




